SELFIE. L’importanza di dirigere la fotocamera verso il mondo e non verso sé stessi.

Il reale obiettivo di un autoscatto con lo smartphone è quello di voler raccontare sé stessi agli altri, di voler condividere la propria immagine, mantenendone il controllo.
La totale consapevolezza di come apparirà il nostro volto sullo schermo, la possibilità di modificare l’espressione e la prospettiva, l’opportunità di scattare la stessa fotografia innumerevoli volte hanno fatto sì che con l’avvento del selfie si verificasse una vera e propria svolta, ormai consolidata, nel panorama fotografico contemporaneo.
E se prima la foto-ricordo era un appuntamento a cui l’intera famiglia si preparava con dovuto anticipo – per provare a lasciare di sé l’immagine desiderata e non quella reale – ora bastano pochi secondi, la giusta prospettiva e qualche tentativo in più.
Dall’autoscatto di Bacon ad oggi: maggiori le differenze rispetto alle somiglianze ma resta costante il desiderio di sperimentare con i mezzi a propria disposizione. Inevitabile che l’opportunità di volgere la fotocamera anche verso l’interno conducesse a nuove, inaspettate visioni.
Prima, anche l’autoritratto andava immaginato; e posizionata la fotocamera ci si dirigeva di fronte ad essa, figurandosi nella mente l’aspetto che avremmo avuto.
Oggi la possibilità di scegliere se puntare l’obiettivo verso sé stessi o verso il mondo fuori ha reso manifesto il narcisismo di molti individui che ai luoghi visitati antepongono il proprio volto; un po come se dovessero provare la loro effettiva presenza.
Pensandoci, è il concetto stesso di fotografia ad essere cambiato: da un immagine che desidera raccontare ciò che c’è al mondo – frutto di uno sguardo informato e curioso che instancabilmente cerca di prendere coscienza della realtà – si passa a fotografie scattate con l’obiettivo di dimostrare qualcosa a qualcun altro.
Nuovi mezzi espressivi conducono a nuovi risultati. Ma nel momento in cui oltre l’immagine non c’è più nulla, quando dietro non c’è più storia ed anche la tecnica viene a mancare, non resta che la costante ma vuota riproposizione della propria immagine, urlata, sbattuta continuamente in faccia agli altri. In questo modo il sefie diviene il sintomo di una cultura narcisista ed egocentrica che, intenta a camminare osservando sé stessa dimentica di prendere in considerazione cosa accade al margine della via.
Secondo me i milioni di selfie identici che si susseguono nelle homepage dei social sembrano privi di significato ma già è diversa la sensazione, l’emozione che rimane, se ad ogni selfie si associa una cultura diversa, un differente modo di agire, vestire, pensare. Più forte la curiosità che in ogni spettatore prende vita se oltre l’autoscatto c’è qualcosa che non sa già.
Parlare troppo spesso e soltanto di sé stessi fa dimenticare tutto quanto c’è attorno, senza confronto l’idea come l’immagine rimane sempre identica a sé stessa, senza scoperta, cambiamento o progressione.
Oggi, tornare a volgere la fotocamera verso ciò che c’è fuori significa manifestare il desiderio di ascoltare e non soltanto di essere ascoltati. Invita, spinge a conoscere, scoprire, osservare con attenzione il mondo che viviamo ogni giorno; avendo costantemente la fotocamera in tasca, offre la possibilità – anche a chi neppur sa di poterla avere – di raccontare, di esprimere la propria realtà di disagio, felicità, differente. Permette di figurasi o immaginare territori che non si è avuto la possibilità di vistare e situazioni che non abbiamo ancora vissuto; vivifica i ricordi, trasmette le emozioni e lotta contro la dimenticanza.
La fotografia, vera, di valore, è sempre stata quella che attraverso il fermo-immagine di un istante ha saputo dire tante cose; così la possibilità di condividere diventa lo strumento attraverso cui quelle cose possono essere poste all’attenzione di tutti.

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